Prof Mauro Gacci Urologo Specialista in Chirurgia Urologica Robotica e Mini Invasiva

Image
Urologo Firenze - Urologo Toscana - Mauro Gacci

Urologo Specialista in Chirurgia Urologica Robotica e Mini Invasiva

L’integrazione tra assistenza, ricerca e formazione – principio fondante del Sistema Sanitario Nazionale – rappresenta la mia identità professionale in Italia e all’estero.

Sono un medico chirurgo, specialista urologo, con più di 25 anni di esperienza. Durante la mia carriera, ho eseguito - come primo operatore – oltre 8000 interventi di chirurgia urologica, concentrandomi soprattutto sull’utilizzo di tecniche robotiche e mini-invasive. 

I risultati clinici dei pazienti che ho trattato sono stati oggetto di studi scientifici e confrontati con le più importanti casistiche nel mondo. La mia passione per la ricerca mi ha portato a realizzare oltre 800 pubblicazioni, apprezzate da tutta la comunità scientifica internazionale, e per questo inserite nelle linee guida e nei libri di testo per gli specialisti in formazione di tutti i paesi. 

Inoltre, la mia dedizione all'insegnamento ed alla formazione, mi ha permesso di ricoprire ruoli chiave in prestigiose società scientifiche internazionali. Sono quindi diventato il capo del collegio educazionale della Société Internationale d’Urologie (SIU-Academy) e membro delle Linee Guida Europee di urologia (EAU Guidelines). 

Mettere il paziente al centro delle cure è il mio obiettivo principale

Lavorare in un centro di eccellenza, coadiuvato da un team di colleghi esperti, rende la nostra assistenza completa e disponibile prima, durante e dopo ogni intervento.

Il Policlinico Universitario di Careggi a Firenze è la sede della mia attività di Chirurgo e di Professore.

PRENOTA UNA VISITA

AMBULATORIO MEDICO:
Via Masaccio 69, Firenze

TELEFONO PRENOTAZIONE:
3397729247

Image
Prostata Ingrossata: Chirurgia Robotica (Rasp) ed Enucleazione a confronto in un nuovo studio internazionale

Prostata Ingrossata: Chirurgia Robotica (Rasp) ed Enucleazione a confronto in un nuovo studio internazionale

L’iperplasia prostatica benigna (IPB) è una delle patologie urologiche più comuni negli uomini. Quando la prostata aumenta molto di volume può causare importanti disturbi urinari, come difficoltà a urinare, riduzione del flusso e bisogno frequente di andare in bagno. Nei casi più avanzati, quando la terapia farmacologica non è sufficiente, può essere necessario ricorrere alla chirurgia per prostata ingrossata.

Negli ultimi anni la chirurgia urologica ha compiuto grandi progressi grazie allo sviluppo di tecniche mini-invasive sempre più precise. Tra queste, due approcci sono oggi particolarmente utilizzati per il trattamento delle prostate di grandi dimensioni: l’enucleazione endoscopica della prostata e la prostatectomia semplice robot-assistita (RASP).

Un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale Prostate Cancer and Prostatic Diseases e condotto dal gruppo di ricerca del Prof. Mauro Gacci ha confrontato i risultati di queste tecniche analizzando i dati provenienti da oltre 1100 pazienti. L’analisi si è concentrata sui cosiddetti PROMs (Patient-Reported Outcome Measures), cioè indicatori che misurano direttamente la percezione dei pazienti riguardo ai risultati dell’intervento, in termini di sintomi urinari, qualità di vita e funzione sessuale.

I risultati mostrano che entrambe le tecniche chirurgiche sono altamente efficaci. Dopo l’intervento si osserva infatti un miglioramento significativo dei sintomi urinari e della qualità di vita, misurati attraverso l’International Prostate Symptom Score (IPSS). Per quanto riguarda la funzione sessuale, gli studi disponibili indicano che nella maggior parte dei casi non si verifica un peggioramento della funzione erettile dopo l’intervento.

Tra le tecniche analizzate, la chirurgia robotica della prostata (RASP) rappresenta una delle innovazioni più avanzate della moderna urologia. Si tratta tuttavia di una procedura tecnicamente complessa, disponibile principalmente in centri altamente specializzati e nelle mani di chirurghi con grande esperienza nella chirurgia robotica urologica.

Lo studio coordinato dal Prof. Mauro Gacci e dal suo gruppo di ricerca contribuisce a chiarire il ruolo delle tecniche chirurgiche più moderne nel trattamento della prostata ingrossata, evidenziando come la scelta dell’intervento debba essere personalizzata per ogni paziente, in base alle caratteristiche cliniche e all’esperienza del team chirurgico.

Riferimento: https://www.nature.com/articles/s41391-025-00973-w

Tumore del testicolo: è possibile salvare il testicolo?

Tumore del testicolo: è possibile salvare il testicolo?

Il tumore del testicolo è la neoplasia più frequente nei giovani adulti e, nella maggior parte dei casi, viene trattato con l’orchiectomia radicale, cioè la rimozione completa del testicolo colpito. Questo approccio rappresenta ancora oggi lo standard terapeutico, perché garantisce elevati tassi di guarigione e sicurezza oncologica.

Negli ultimi anni, tuttavia, è cresciuto l’interesse verso tecniche chirurgiche più conservative, come la chirurgia testicolo-conservativa (testis-sparing surgery, TSS), che permette di rimuovere il tumore preservando il tessuto testicolare sano. L’obiettivo è ridurre il rischio di ipogonadismo, infertilità e necessità di terapia sostitutiva con testosterone, soprattutto nei pazienti giovani o con un solo testicolo.

Una recente revisione sistematica della letteratura, pubblicata su World Journal of Urology, ha analizzato i risultati oncologici e funzionali della chirurgia conservativa nei tumori germinali del testicolo. Lo studio ha esaminato 32 lavori scientifici per un totale di 285 pazienti e 306 testicoli trattati con chirurgia conservativa, rappresentando una delle analisi più complete disponibili su questo tema.

I risultati mostrano che la chirurgia testicolo-conservativa può essere efficace in casi selezionati, ma presenta alcune criticità. Nel follow-up disponibile, circa l’87% dei pazienti non ha presentato recidiva locale, mentre il 13% ha sviluppato una recidiva nel testicolo operato, generalmente entro il primo anno dall’intervento. Quando la recidiva si verifica, nella maggior parte dei casi viene trattata con orchiectomia radicale di salvataggio, con buoni risultati oncologici.

Dal punto di vista funzionale, la chirurgia conservativa può consentire il mantenimento della funzione ormonale e della fertilità in una parte dei pazienti. Tuttavia, i dati disponibili indicano che ipogonadismo e problemi di fertilità possono comunque verificarsi, rispettivamente nel 27% e nel 18% dei casi analizzati.

Sulla base dei dati disponibili, gli autori della revisione sottolineano che la chirurgia conservativa del testicolo non dovrebbe essere considerata una terapia standard per i tumori germinali testicolari. L’orchiectomia radicale rimane infatti il trattamento di riferimento nella maggior parte dei pazienti.

La chirurgia testicolo-conservativa può essere presa in considerazione solo in centri di riferimento, da parte di un urologo epserto, in situazioni molto selezionate, ad esempio in pazienti con un unico testicolo, tumori di piccole dimensioni (inferiori a 2 cm) e funzione endocrina normale, e sempre dopo un’attenta discussione con il paziente sui possibili rischi oncologici.

Riferimento: https://link.springer.com/article/10.1007/s00345-022-04048-6

 

In quanto tempo si sviluppa un tumore della vescica? cosa dicono gli studi scientifici

In quanto tempo si sviluppa un tumore della vescica? cosa dicono gli studi scientifici

Di fronte alla diagnosi di tumore alla vescica, molti pazienti chiedono: “da quanto tempo ho questo tumore”? “quanto tempo impiega a crescere”? 

La letteratura scientifica mostra che la risposta non è semplice. Molti studi infatti indicano che il tumore della vescica non segue un’unica velocità di sviluppo, ma può avere tempi diversi a seconda del tipo di neoplasia e delle sue caratteristiche biologiche. Tre lavori scientifici spesso citati nella letteratura urologica aiutano a definire meglio questo aspetto.

La storia naturale del tumore della vescica: un processo che può durare anni

Una delle pietre miliari della letteratura sull’argomento è la review di Lee e Droller, pubblicata su Urologic Clinics of North America nel 2000. Gli autori analizzano la storia naturale del carcinoma vescicale, cioè il modo in cui il tumore nasce e si sviluppa nel tempo.

Secondo questa analisi, la formazione del tumore è il risultato di un processo graduale di carcinogenesi. Le cellule dell’urotelio (il rivestimento interno della vescica) accumulano progressivamente alterazioni genetiche e molecolari che possono portare alla trasformazione in cellule tumorali. Questo processo può richiedere molti anni, spesso dopo esposizioni prolungate a fattori di rischio come il fumo di sigaretta o alcune sostanze chimiche industriali.

Lo studio sottolinea anche un punto fondamentale: il carcinoma della vescica è una malattia molto eterogenea. In particolare si distinguono due comportamenti biologici principali:

  • tumori low-grade e non muscolo-invasivi, che spesso crescono molto lentamente ma tendono a recidivare nel tempo;

  • tumori high-grade o carcinoma in situ, che hanno un comportamento più aggressivo e possono progredire ed evolvere più rapidamente.

Questa variabilità biologica spiega perché non sia possibile indicare un unico tempo di sviluppo valido per tutti i tumori vescicali.

La crescita del tumore già formato: cosa succede a livello cellulare

Un altro aspetto riguarda la velocità con cui le cellule tumorali si moltiplicano una volta che il tumore è già presente. Uno studio radiobiologico di Maciejewski e collaboratori, pubblicato su Radiotherapy and Oncology, ha analizzato la dinamica di proliferazione delle cellule tumorali durante la radioterapia del tumore della vescica. In questo contesto gli Autori hanno osservato un tempo di raddoppio dei cloni cellulari di circa 5–8 giorni durante la fase di ripopolazione accelerata delle cellule tumorali.

Questo dato suggerisce che, in determinate condizioni biologiche, le cellule tumorali possono moltiplicarsi molto rapidamente. Tuttavia è importante interpretare il dato correttamente: questo tempo di crescita descrive la proliferazione delle cellule in un tumore già presente, non il tempo necessario perché il tumore si sviluppi inizialmente da zero.

I modelli sperimentali: tempi di crescita di settimane

Ulteriori informazioni provengono da studi sperimentali su modelli sperimentali animali. Un lavoro pubblicato su Cancer Research ha analizzato xenotrapianti di tumori della vescica umani in modelli murini immunodepressi (ovvero in topi da laboratorio). In questi modelli sperimentali sono stati osservati tempi di raddoppio tumorale compresi tra circa 9 e 30 giorni, cioè nell’ordine di una o poche settimane.

Anche questi dati indicano che, una volta avviata la proliferazione tumorale, la massa neoplastica può crescere relativamente rapidamente. Tuttavia gli autori stessi sottolineano che i modelli sperimentali non riflettono perfettamente la crescita del tumore nei pazienti, perché l’ambiente biologico è molto diverso.

Mettere insieme i dati: sviluppo lento, crescita variabile

Se si mettono a confronto i dati presenti in questi tre lavori emerge un quadro coerente ma complesso da interpretare. Da una parte, gli studi sulla storia naturale della malattia indicano che la carcinogenesi della vescica è generalmente un processo lungo, che può richiedere anni prima che il tumore diventi clinicamente evidente.

Dall’altra parte, gli studi sulla cinematica di crescita dei singoli cloni cellulari dimostrano che, una volta sviluppato, il tumore può avere tempi di proliferazione relativamente rapidi, con raddoppio delle cellule tumorali nell’arco di giorni o settimane.

Perché questi dati sono importanti

Comprendere il tempo di sviluppo del tumore della vescica ha implicazioni importanti non solo per la ricerca clinica, ma anche per definire i tempi corretti per la diagnosi e il follow-up. Il sintomo più caratteristico della malattia è la presenza di sangue nelle urine (ematuria). Anche un singolo episodio isolato dovrebbe essere sempre valutato con attenzione, perché può rappresentare il primo segnale della presenza di una lesione vescicale. Gli studi sulla storia naturale della malattia mostrano infatti che intercettare il tumore nelle fasi iniziali consente spesso trattamenti meno invasivi e migliori risultati nel controllo della malattia.

Riferimenti: 

  Lee R, Droller MJ. The natural history of bladder cancer: Implications for therapy. Urologic Clinics of North America. 2000;27(1):1-13. DOI: 10.1016/S0094-0143(05)70229-9 PMID: 10696240. 

  Maciejewski B, Majewski S. Dose fractionation and tumour repopulation in radiotherapy for bladder cancer. Radiotherapy and Oncology. 1991;21(3):163-170. DOI: 10.1016/0167-8140(91)90033-D PMID: 1924851. 

  Fodstad Ø, Aamdal S, Pihl A. Xenografts of human bladder cancer in immune-deprived mice.Cancer Research. 1984;44(10):4734-4737. PMID: 7049361.