Per anni è stata considerata una condizione “inevitabile”.
Oggi sappiamo che non è così semplice.
È un aumento di volume della prostata che:
👉 comprime l’uretra
👉 altera la minzione
getto debole
difficoltà a urinare
urgenza
risvegli notturni
Il punto chiave: non tutti devono operarsi
La decisione dipende da:
intensità dei sintomi
qualità di vita
complicanze
Il ruolo della sindrome metabolica (la svolta scientifica)
Gli studi di Mauro Gacci hanno dimostrato una chiara associazione tra sindrome metabolica e ingrossamento prostatico.
In particolare:
pazienti con sindrome metabolica hanno prostate più grandi
sviluppano sintomi urinari più precocemente
presentano maggiore infiammazione prostatica
Questo cambia la visione della malattia:
non è solo locale, ma sistemica
Quando operare davvero
Indicazioni principali:
ritenzione urinaria
infezioni ricorrenti
insufficienza renale
sintomi severi
laser (HoLEP, Greenlight)
resezione endoscopica
tecniche mini-invasive
“La gestione dell’IPB deve essere personalizzata e considerare anche fattori sistemici come obesità e sindrome metabolica.”
Riferimenti
Gacci M. et al., Metabolic syndrome and benign prostatic enlargement, BJU Int, 2015
Gacci M. et al., 2013
La maggior parte dei pazienti colpiti da una neoplasia prostatica non mostra alcun sintomo urinaro. Perchè?
La maggior parte dei tumori prostatici nasce e cresce nella zona periferica della ghiandola, quella più lontana dall’uretra (il canale attraverso cui passa l’urina per uscire dalla vescica),
Questo significa che:
non comprime subito l’uretra (e quindi non da sintomi ostruttivi, come il basso getto d’urina)
non comprime il collo vescicale (e quindi non da sintomi irritativi, come la minzione frequente)
Quindi: nella maggior parte dei casi, nessun sintomo iniziale
Nelle forme avanzate, quando la malattia progredisce, possono comparire:
difficoltà a urinare (la malattia si è spostata anche nella zona centrale)
sangue nelle urine o nello sperma (dovuta ad un’infiltrazione massiva del tessuto ghiandolare)
dolore osseo (in fase avanzata, per la comparsa di metastasi a distanza)
Spesso in caso di infiammazione il paziente ha sintomi urinari severi e tra i vari esami effettua anche il controllo del PSA che risulta in questi casi elevato. Nella maggior parte dei casi si tratta solamente di una patologia non oncologica da trattare, ma semplicement di infiammazione o ingrossamento della prostata.
Tuttavia, alcune ricerche del gruppo del Prof. Gacci, pubblicate su riviste internazionali, suggeriscono che l’infiammazione cronica possa rappresentare un elemento chiave nel microambiente prostatico, contribuendo, in alcuni casi, alla nascita ed alla progressione della patologia tumorale.
Proprio perché i sintomi sono poco affidabili, è necessario escludere la presenza di un tumore, basandosi su:
anamnesi
esplorazione rettale
PSA (totale, libero, rapporto)
risonanza magnetica prostatica multiparametrica
L’urologo, basandosi su questo percorso diagnostico, è in grado di identificare i casi sospetti ed indirizzarli ad una biopsia, anche se del tutto asintomatici.
La maggior parte dei tumori prostatici viene quindi diagnosticata in pazienti asintomatici, spesso durante controlli di routine per altre patologie o in pazienti con sintomatologia urinaria legata all’ingrossamento o all’infiammazione della prostata.
Riferimenti
Gacci M. et al., 2013
L’Antigene prostatico specifico (PSA: Prostatic specific antigen) è un marcatore tissutale prostatico. Un PSA alto spaventa. Ed è comprensibile: è uno dei primi esami associati al tumore della prostata.
Ma la realtà clinica è più complessa e più articolata. Un PSA elevato non equivale automaticamente a tumore.
Il PSA è infatti una proteina prodotta dalla ghiandola prostatica. Quando aumenta nel sangue, significa che qualcosa sta “stressando” la prostata. Le cause possono essere molte:
ipertrofia prostatica benigna (l’ingrossamento della prostata)
prostatite (l’infiammazione della prostata)
tumore (la neoplasia della prostata)
Il problema è che il PSA da solo non permette di distinguere queste condizioni
Tra 3.1 e 10 ng/ml si entra nella cosiddetta “zona grigia”: valori di PSA inferiori a 3.1 sono spesso indicatori di una prostata sana, mentre valori al di sopra di 10 pongono un significativo rischio oncologico, anche se non esclusivo e certo. Nella cosiddetta zona grigia (tra 3.1 e 10) contano anche:
PSA density (il rapporto tra il PSA ed il volume prostatico)
PSA velocity (la velocità con cui sale il PSA)
età del paziente (ogni età ha il suo range di normalità)
Uno degli aspetti più rilevanti degli ultimi anni è il ruolo dell’infiammazione prostatica. Gli studi coordinati dal prof. Gacci hanno dimostrato come i processi infiammatori possano alterare significativamente il microambiente prostatico e contribuire sia ai sintomi urinari sia alla variazione dei biomarcatori. Quindi: un PSA alto può dipendere anche da un’infiammazione, non esclusivamente da un tumore.
L’approccio moderno non è più “PSA elevato 🡪 eseguire una biopsia”.
Oggi si procede così:
Rivalutazione del PSA (completo di PSA libero per poter calcolare il PSA Libero su totale)
Visita urologica (con anamnesi ed esplorazione rettale)
Risonanza multiparametrica (con mezzo di contrasto e definizione del PIRADS score)
Biopsia solo se necessario (in mani esperte e con tecnica fusion o random)
Questo approccio riduce drasticamente il numero di biopsie inutili e permette allo stesso tempo di trattare correttamente le patologie non oncologiche associate al rialzo del PSA (ipertrofia prostatica benigne e prostatite).
Nella pratica clinica quotidiana, una parte significativa dei pazienti con PSA elevato non presenta tumore prostatico clinicamente rilevante. L’integrazione tra parametri clinici e imaging ha cambiato radicalmente la gestione.
REFERENZA: Gacci M. et al., Metabolic syndrome and lower urinary tract symptoms, Prostate Cancer Prostatic Dis, 2013
Di fronte alla diagnosi di tumore alla vescica, molti pazienti chiedono: “da quanto tempo ho questo tumore”? “quanto tempo impiega a crescere”?
La letteratura scientifica mostra che la risposta non è semplice. Molti studi infatti indicano che il tumore della vescica non segue un’unica velocità di sviluppo, ma può avere tempi diversi a seconda del tipo di neoplasia e delle sue caratteristiche biologiche. Tre lavori scientifici spesso citati nella letteratura urologica aiutano a definire meglio questo aspetto.
Una delle pietre miliari della letteratura sull’argomento è la review di Lee e Droller, pubblicata su Urologic Clinics of North America nel 2000. Gli autori analizzano la storia naturale del carcinoma vescicale, cioè il modo in cui il tumore nasce e si sviluppa nel tempo.
Secondo questa analisi, la formazione del tumore è il risultato di un processo graduale di carcinogenesi. Le cellule dell’urotelio (il rivestimento interno della vescica) accumulano progressivamente alterazioni genetiche e molecolari che possono portare alla trasformazione in cellule tumorali. Questo processo può richiedere molti anni, spesso dopo esposizioni prolungate a fattori di rischio come il fumo di sigaretta o alcune sostanze chimiche industriali.
Lo studio sottolinea anche un punto fondamentale: il carcinoma della vescica è una malattia molto eterogenea. In particolare si distinguono due comportamenti biologici principali:
tumori low-grade e non muscolo-invasivi, che spesso crescono molto lentamente ma tendono a recidivare nel tempo;
tumori high-grade o carcinoma in situ, che hanno un comportamento più aggressivo e possono progredire ed evolvere più rapidamente.
Questa variabilità biologica spiega perché non sia possibile indicare un unico tempo di sviluppo valido per tutti i tumori vescicali.
Un altro aspetto riguarda la velocità con cui le cellule tumorali si moltiplicano una volta che il tumore è già presente. Uno studio radiobiologico di Maciejewski e collaboratori, pubblicato su Radiotherapy and Oncology, ha analizzato la dinamica di proliferazione delle cellule tumorali durante la radioterapia del tumore della vescica. In questo contesto gli Autori hanno osservato un tempo di raddoppio dei cloni cellulari di circa 5–8 giorni durante la fase di ripopolazione accelerata delle cellule tumorali.
Questo dato suggerisce che, in determinate condizioni biologiche, le cellule tumorali possono moltiplicarsi molto rapidamente. Tuttavia è importante interpretare il dato correttamente: questo tempo di crescita descrive la proliferazione delle cellule in un tumore già presente, non il tempo necessario perché il tumore si sviluppi inizialmente da zero.
Ulteriori informazioni provengono da studi sperimentali su modelli sperimentali animali. Un lavoro pubblicato su Cancer Research ha analizzato xenotrapianti di tumori della vescica umani in modelli murini immunodepressi (ovvero in topi da laboratorio). In questi modelli sperimentali sono stati osservati tempi di raddoppio tumorale compresi tra circa 9 e 30 giorni, cioè nell’ordine di una o poche settimane.
Anche questi dati indicano che, una volta avviata la proliferazione tumorale, la massa neoplastica può crescere relativamente rapidamente. Tuttavia gli autori stessi sottolineano che i modelli sperimentali non riflettono perfettamente la crescita del tumore nei pazienti, perché l’ambiente biologico è molto diverso.
Se si mettono a confronto i dati presenti in questi tre lavori emerge un quadro coerente ma complesso da interpretare. Da una parte, gli studi sulla storia naturale della malattia indicano che la carcinogenesi della vescica è generalmente un processo lungo, che può richiedere anni prima che il tumore diventi clinicamente evidente.
Dall’altra parte, gli studi sulla cinematica di crescita dei singoli cloni cellulari dimostrano che, una volta sviluppato, il tumore può avere tempi di proliferazione relativamente rapidi, con raddoppio delle cellule tumorali nell’arco di giorni o settimane.
Comprendere il tempo di sviluppo del tumore della vescica ha implicazioni importanti non solo per la ricerca clinica, ma anche per definire i tempi corretti per la diagnosi e il follow-up. Il sintomo più caratteristico della malattia è la presenza di sangue nelle urine (ematuria). Anche un singolo episodio isolato dovrebbe essere sempre valutato con attenzione, perché può rappresentare il primo segnale della presenza di una lesione vescicale. Gli studi sulla storia naturale della malattia mostrano infatti che intercettare il tumore nelle fasi iniziali consente spesso trattamenti meno invasivi e migliori risultati nel controllo della malattia.
Riferimenti:
Lee R, Droller MJ. The natural history of bladder cancer: Implications for therapy. Urologic Clinics of North America. 2000;27(1):1-13. DOI: 10.1016/S0094-0143(05)70229-9 PMID: 10696240.
Maciejewski B, Majewski S. Dose fractionation and tumour repopulation in radiotherapy for bladder cancer. Radiotherapy and Oncology. 1991;21(3):163-170. DOI: 10.1016/0167-8140(91)90033-D PMID: 1924851.
Fodstad Ø, Aamdal S, Pihl A. Xenografts of human bladder cancer in immune-deprived mice.Cancer Research. 1984;44(10):4734-4737. PMID: 7049361.
Il tumore del testicolo è la neoplasia più frequente nei giovani adulti e, nella maggior parte dei casi, viene trattato con l’orchiectomia radicale, cioè la rimozione completa del testicolo colpito. Questo approccio rappresenta ancora oggi lo standard terapeutico, perché garantisce elevati tassi di guarigione e sicurezza oncologica.
Negli ultimi anni, tuttavia, è cresciuto l’interesse verso tecniche chirurgiche più conservative, come la chirurgia testicolo-conservativa (testis-sparing surgery, TSS), che permette di rimuovere il tumore preservando il tessuto testicolare sano. L’obiettivo è ridurre il rischio di ipogonadismo, infertilità e necessità di terapia sostitutiva con testosterone, soprattutto nei pazienti giovani o con un solo testicolo.
Una recente revisione sistematica della letteratura, pubblicata su World Journal of Urology, ha analizzato i risultati oncologici e funzionali della chirurgia conservativa nei tumori germinali del testicolo. Lo studio ha esaminato 32 lavori scientifici per un totale di 285 pazienti e 306 testicoli trattati con chirurgia conservativa, rappresentando una delle analisi più complete disponibili su questo tema.
I risultati mostrano che la chirurgia testicolo-conservativa può essere efficace in casi selezionati, ma presenta alcune criticità. Nel follow-up disponibile, circa l’87% dei pazienti non ha presentato recidiva locale, mentre il 13% ha sviluppato una recidiva nel testicolo operato, generalmente entro il primo anno dall’intervento. Quando la recidiva si verifica, nella maggior parte dei casi viene trattata con orchiectomia radicale di salvataggio, con buoni risultati oncologici.
Dal punto di vista funzionale, la chirurgia conservativa può consentire il mantenimento della funzione ormonale e della fertilità in una parte dei pazienti. Tuttavia, i dati disponibili indicano che ipogonadismo e problemi di fertilità possono comunque verificarsi, rispettivamente nel 27% e nel 18% dei casi analizzati.
Sulla base dei dati disponibili, gli autori della revisione sottolineano che la chirurgia conservativa del testicolo non dovrebbe essere considerata una terapia standard per i tumori germinali testicolari. L’orchiectomia radicale rimane infatti il trattamento di riferimento nella maggior parte dei pazienti.
La chirurgia testicolo-conservativa può essere presa in considerazione solo in centri di riferimento, da parte di un urologo epserto, in situazioni molto selezionate, ad esempio in pazienti con un unico testicolo, tumori di piccole dimensioni (inferiori a 2 cm) e funzione endocrina normale, e sempre dopo un’attenta discussione con il paziente sui possibili rischi oncologici.
Riferimento: https://link.springer.com/article/10.1007/s00345-022-04048-6
L’iperplasia prostatica benigna (IPB) è una delle patologie urologiche più comuni negli uomini. Quando la prostata aumenta molto di volume può causare importanti disturbi urinari, come difficoltà a urinare, riduzione del flusso e bisogno frequente di andare in bagno. Nei casi più avanzati, quando la terapia farmacologica non è sufficiente, può essere necessario ricorrere alla chirurgia per prostata ingrossata.
Negli ultimi anni la chirurgia urologica ha compiuto grandi progressi grazie allo sviluppo di tecniche mini-invasive sempre più precise. Tra queste, due approcci sono oggi particolarmente utilizzati per il trattamento delle prostate di grandi dimensioni: l’enucleazione endoscopica della prostata e la prostatectomia semplice robot-assistita (RASP).
Un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale Prostate Cancer and Prostatic Diseases e condotto dal gruppo di ricerca del Prof. Mauro Gacci ha confrontato i risultati di queste tecniche analizzando i dati provenienti da oltre 1100 pazienti. L’analisi si è concentrata sui cosiddetti PROMs (Patient-Reported Outcome Measures), cioè indicatori che misurano direttamente la percezione dei pazienti riguardo ai risultati dell’intervento, in termini di sintomi urinari, qualità di vita e funzione sessuale.
I risultati mostrano che entrambe le tecniche chirurgiche sono altamente efficaci. Dopo l’intervento si osserva infatti un miglioramento significativo dei sintomi urinari e della qualità di vita, misurati attraverso l’International Prostate Symptom Score (IPSS). Per quanto riguarda la funzione sessuale, gli studi disponibili indicano che nella maggior parte dei casi non si verifica un peggioramento della funzione erettile dopo l’intervento.
Tra le tecniche analizzate, la chirurgia robotica della prostata (RASP) rappresenta una delle innovazioni più avanzate della moderna urologia. Si tratta tuttavia di una procedura tecnicamente complessa, disponibile principalmente in centri altamente specializzati e nelle mani di chirurghi con grande esperienza nella chirurgia robotica urologica.
Lo studio coordinato dal Prof. Mauro Gacci e dal suo gruppo di ricerca contribuisce a chiarire il ruolo delle tecniche chirurgiche più moderne nel trattamento della prostata ingrossata, evidenziando come la scelta dell’intervento debba essere personalizzata per ogni paziente, in base alle caratteristiche cliniche e all’esperienza del team chirurgico.
Riferimento: https://www.nature.com/articles/s41391-025-00973-w
Con l’avvio dei lavori per la trasformazione dell’ex ospedale di Villa Monna Tessa in un grande studentato universitario, Firenze restituisce alla città uno spazio storico aprendolo a una nuova funzione. Ma Monna Tessa non è soltanto un edificio da recuperare: è un luogo che ha rappresentato per decenni uno dei cuori pulsanti della medicina fiorentina e italiana.
Proprio qui è nata e si è sviluppata l’urologia fiorentina moderna. Per oltre mezzo secolo, Villa Monna Tessa è stata sede del reparto di Urologia e punto di riferimento nazionale per la cura, la ricerca e la formazione specialistica. In queste corsie si è costruita quella che ancora oggi viene ricordata come la Scuola Urologica Fiorentina, una delle più prestigiose in Italia per rigore scientifico e qualità clinica.
A rendere grande questa scuola furono soprattutto i suoi maestri. Tra questi spiccano figure fondamentali come Ulrico Bracci e Alfiero Costantini, che hanno segnato in modo indelebile la storia dell’urologia non solo a Firenze, ma in tutto il Paese. Monna Tessa è stata così non solo un luogo di cura, ma anche una vera e propria scuola, un centro di formazione e di elaborazione scientifica da cui sono usciti primari, docenti universitari e urologi che hanno portato il nome di Firenze in tutta Italia.
Oggi quella tradizione non si è spenta: l’urologia fiorentina, trasferita all’interno del polo di Careggi, continua a rappresentare un punto di riferimento per la comunità scientifica urologica nazionale e internazionale, confermando come l’eredità di Monna Tessa sia ancora viva e pienamente proiettata nel presente e nel futuro della medicina.
Andare in bagno e trovare sangue nelle urine è una di quelle cose che fanno preoccupare chiunque. E la prima domanda è sempre la stessa: “Dottore, è qualcosa di grave?” Proprio su questo punto arrivano chiarimenti importanti dall’ultimissimo aggiornamento delle linee guida americane dell’American Urological Association (AUA), che nel nell’ultimo aggiornamento hanno cambiato il modo di affrontare questo problema, rendendo i controlli più intelligenti, più personalizzati e meno inutilmente invasivi.
Il termine medico è “ematuria” e significa semplicemente presenza di sangue nelle urine. A volte è visibile ad occhio nudo (macro-ematuria) , con urine rosse o scure, altre volte è una scoperta casuale nel corso di un banale esame delle urine (micro-ematuria). Quest’ultimo caso è molto più frequente e, nella maggior parte delle persone, non nasconde nulla di serio.
Le cause più comuni possono essere banali: un’infezione urinaria, un piccolo calcolo, una prostata infiammata, uno sforzo fisico intenso. Però — ed è qui che bisogna stare attenti — in una minoranza di casi il sangue nelle urine può essere il primo segnale di un tumore della vescica o del rene, soprattutto quando si presenta in modo massivo e continuo.
La vera novità delle nuove linee guida è questa: non tutti devono fare gli stessi esami. Oggi il medico valuta età, abitudini come il fumo, se il sangue si vede o no, e se il problema persiste nel tempo. In base a questo profilo di rischio, decide se bastano controlli semplici oppure se è meglio andare più a fondo.
Nella maggior parte dei casi si parte con esami molto semplici: analisi delle urine (comprese l’esame citologico delle urine), qualche esame del sangue e un’ecografia. Spesso questo basta per trovare una causa tranquilla e risolvere il problema. Solo in situazioni selezionate si ricorre a esami più approfonditi come la cistoscopia o la TAC.
C’è però una regola che vale per tutti: se il sangue si vede a occhio nudo, non bisogna mai far finta di niente. Anche se non c’è dolore, è sempre un segnale che merita un controllo da parte dell’urologo . Le nuove raccomandazioni americane aiutano a evitare sia gli allarmismi inutili sia, soprattutto, le diagnosi mancate. Perché quando c’è un problema vero, scoprirlo presto fa tutta la differenza.
Riferimento: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40013563/
Studio medico PENINSULA è un centro medico polispecialistico moderno con un ampio team di specialisti delle migliori professionalità in diverse branche cliniche. Il centro dispone di laboratorio interno attivo tutti i giorni per analisi di laboratorio, diagnostica clinica, genetica medica e citogenetica, gestito da professionisti di AMES GROUP. Offriamo prestazioni con macchinari di ultima generazione per diagnosi e terapie avanzate. La struttura è aperta dal lunedì al sabato dalle 08:00 alle 20:00, facilmente raggiungibile dalla stazione di Firenze Campo di Marte e si trova di fronte al parcheggio coperto di Piazza Alberti.
Molti pazienti scoprono un tumore del rene in modo del tutto occasionale, durante un’ecografia o una TAC eseguita per altri motivi. Una delle domande più frequenti è: da quanto tempo era presente? La risposta arriva dalla ricerca scientifica, che negli ultimi decenni ha chiarito come, nella maggior parte dei casi, il carcinoma renale sia una malattia a crescita lenta e progressiva. Studi storici e dati più recenti mostrano che alcuni tumori possono impiegare anni prima di raggiungere dimensioni clinicamente rilevanti, aprendo la strada a strategie moderne come la sorveglianza attiva. Un contributo fondamentale in questo campo risale già al 2001, con uno studio pubblicato da Mauro Gacci sul Journal of Urology.
👉 Leggi l’approfondimento completo per capire cosa dice oggi la scienza sulla crescita del tumore del rene.